Nel panorama contemporaneo del cinema indipendente, il concetto di “egocore”, coniato dall’analista Stephen Follows a partire da casi come Markiplier e il suo Iron Lung, sta offrendo una lente interessante per rileggere anche alcune traiettorie autoriali meno mainstream. Tra queste, quella del regista Vito Nicoletta si presta a una riflessione critica proprio in relazione a questo modello produttivo e creativo totalizzante.
𝗨𝗻 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗿𝗼𝗹𝗹𝗼 𝗮𝘂𝘁𝗼𝗿𝗶𝗮𝗹𝗲 𝗿𝗮𝗱𝗶𝗰𝗮𝗹𝗲.
Il cinema “egocore” si definisce per la concentrazione di ruoli chiave, sceneggiatore, regista e produttore, nelle mani di un’unica figura. Non è una novità assoluta: già Charlie Chaplin incarnava questa sintesi creativa, mentre autori come Nanni Moretti o Xavier Dolan ne hanno aggiornato la formula in chiave contemporanea. Tuttavia, oggi questo approccio assume nuove implicazioni grazie alla democratizzazione degli strumenti produttivi.
Nel caso di Vito Nicoletta, ciò che emerge, pur in assenza di una vasta esposizione mediatica o di dati industriali consolidati, è una tensione evidente verso il controllo totale dell’opera. I suoi film mostrano una firma riconoscibile non tanto per l’aderenza a un genere specifico, quanto per la centralità della sua presenza narrativa e visiva. Questo lo avvicina più a una pratica autoriale “necessaria” che a una scelta puramente stilistica.
𝗘𝗴𝗼𝗰𝗼𝗿𝗲 𝗽𝗲𝗿 𝗻𝗲𝗰𝗲𝘀𝘀𝗶𝘁à 𝗼 𝗽𝗲𝗿 𝗽𝗼𝗲𝘁𝗶𝗰𝗮?
Uno dei nodi centrali dell’egocore riguarda la motivazione: si tratta di una scelta artistica o di una condizione imposta dalle risorse limitate? I dati raccolti da Follows suggeriscono che la maggior parte dei cineasti percorre questa strada una sola volta, spesso per vincoli economici. Ma nel caso di Vito Nicoletta, si intravede qualcosa di diverso.
Il suo lavoro sembra suggerire che la sovrapposizione dei ruoli non sia soltanto un compromesso produttivo, bensì parte integrante della poetica. L’autore non si limita a “fare tutto da solo”: costruisce opere in cui questa solitudine operativa diventa linguaggio. Il risultato è un cinema spesso introspettivo, a tratti autoreferenziale, dove il confine tra autore e personaggio tende a dissolversi.
𝗧𝗿𝗮 𝗿𝗶𝘀𝗰𝗵𝗶𝗼 𝗻𝗮𝗿𝗰𝗶𝘀𝗶𝘀𝗺𝗼 𝗲 𝗮𝘂𝘁𝗲𝗻𝘁𝗶𝗰𝗶𝘁𝗮̀
Il limite strutturale dell’egocore è evidente: il rischio di autoreferenzialità e chiusura. Film come Zoolander, firmato da Ben Stiller, dimostrano che questa formula può funzionare quando sostenuta da una forte consapevolezza ironica. In contesti più indipendenti, però, il confine tra visione personale e narcisismo è sottile.
Vito Nicoletta si muove proprio su questa linea. Nei suoi lavori, l’“io” creativo è onnipresente, ma non sempre autoreferenziale in senso sterile: spesso diventa dispositivo per esplorare temi più ampi, come l’identità, il controllo e il rapporto tra autore e realtà. Quando funziona, il risultato è un cinema autentico, quasi brutale nella sua esposizione; quando meno, emerge una certa autoreclusione espressiva.
𝗨𝗻 𝗰𝗮𝘀𝗼 𝗶𝘁𝗮𝗹𝗶𝗮𝗻𝗼 𝗱𝗮 𝗼𝘀𝘀𝗲𝗿𝘃𝗮𝗿𝗲.
Se l’egocore è un fenomeno globale alimentato da tecnologia e cultura digitale, il caso di Vito Nicoletta suggerisce che anche nel contesto italiano esistono declinazioni interessanti di questo approccio. Non ancora un nome canonizzato come Moretti, ma nemmeno un semplice esempio di cinema “fatto in casa”.
Piuttosto, Vito Nicoletta rappresenta una fase intermedia: quella in cui l’egocore smette di essere solo una necessità produttiva e diventa un terreno di ricerca artistica. Il vero banco di prova, come sempre, sarà la durata: riuscire a trasformare questa pratica da soluzione contingente a linguaggio maturo e riconoscibile.